Addio ad Andrea Zanzotto patriarca della poesia italiana

Era l’ultimo dei grandi poeti, Andrea Zanzotto, morto ieri, a 90 anni compiuti il 10 ottobre scorso, all’ospedale di Conegliano. Non solo perché, come diceva Montale, era la voce più alta della sua generazione, ma anche perché la sua generazione è stata a sua volta l’ultima a credere a un ruolo centrale, imprescindibile della poesia all’interno della letteratura. Non è un problema di copie, di residualità della poesia oggi all’interno della produzione editoriale, è molto di più. In questo senso ora si interrompe un filo continuo, che parte dall’inizio del Novecento e attraverso Ungaretti e Montale arriva a Zanzotto, che non a caso ebbe dai due poeti più canonici del Novecento italiano il riconoscimento e il passaggio di testimone. Era anche il meno letto dei grandi poeti Zanzotto, il meno insegnato, il meno pubblico.
Inutile nasconderlo: la poesia di Andrea Zanzotto è sempre stata una poesia difficile, ostica, letterariamente densa, una poesia che non si lascia memorizzare, che non si lascia usare come epigrafe. Di qui il paradosso di una grandezza riconosciuta dal mondo letterario, ma lasciata in ombra, tanto che la sua notorietà è arrivata tardi, più per le sue prese di posizioni sull’ambiente e sulla società che non per la sua poesia. E tuttavia aveva ragione il suo vecchio amico Ferdinando Bandini, quando nell’introduzione alla raccolta completa delle poesie e delle prose di Zanzotto, invitava il lettore a non lasciare il poeta esclusivamente nelle mani dei linguisti e dei critici, intenti a interpretare e cogliere sottigliezze; perché al di là della sua oscurità, la poesia di Zanzotto ha una voce forte, capace di farsi intendere, anche solo affidandosi al suo tessuto sonoro, che è tra i più alti della poesia italiana.
Chiamato a rendere conto della difficoltà delle sue poesie di fronte agli studenti, Zanzotto la spiegava dicendo che la parola è come un filo conduttore. E se tu vuoi farci passare molta corrente aumenta il calore e qualche volta si può anche avere un corto circuito.
E allora provare, come faceva lui, a far passare nella poesia tante cose, anche complesse, significava affrontare il rischio di una certa oscurità, assolutamente mai gratuita. Il suo sperimentalismo non era infatti un punto di partenza, ma di arrivo, era indotto dalla necessità di dire qualcosa di quasi indicibile, usando un po’ tutte le armi, dalla filosofia fino alla poesia più classica, con quei frequenti rimandi a Petrarca, a Leopardi, alla grande tradizione italiana che venivano dal suo tenere a memoria e quasi incorporati dentro di sé migliaia di versi. Ma se per questo l’esegesi dei suoi versi può essere appassionante per lo studioso, non a questo si può ridurre la sua poesia, che può arrivare anche a vette di semplicità assoluta.
Cosa c’è, infatti, nelle poesie di Zanzotto? Sicuramente il paesaggio, che è già nel titolo della sua prima raccolta. È un paesaggio leopardiano «Torna il sole dopo la neve / Nel piano è fulgore è luce», ma sempre vi è anche un trauma, una frattura, spesso linguistica o stilistica, a segnalare che «corrotto è l’orizzonte», come in Vocativo, mentre addirittura in Conglomerati, uscito due anni fa, si parla di «sfondamenti di orizzonti, che crollano in se stessi». Prima di tutti gli altri Zanzotto ha sentito lo sfaldarsi della terra, la frattura con la natura e ha cercato le parole per dire di un rapporto, quello tra uomo e natura, che è nello stesso tempo salvifico e corrotto, estatico e spietato. Non a caso una delle chiavi della poesia di Zanzotto è stata individuata nella coppia oltraggio/oltranza. Perché è una poesia che, nella sua stessa evoluzione, è costantemente alla ricerca dell’oltre, del superamento del limite, del sublime, ma è anche oltraggiosa, prima di tutto verso se stessa, perché è ricca di aperture liriche che vengono costantemente negate, come se il canto disteso non potesse più appartenere all’uomo. O meglio, come se la lingua umana, anche quella poetica, non avesse più in se la possibilità di dire veramente, ed allora eccola ripiegare necessariamente verso i suoni, verso i balbettamenti, verso il dialetto, verso il petel, il linguaggio preverbale dei bambini, che compare in Galateo in bosco.
L’ossessione linguistica di Zanzotto ha dunque una matrice esistenziale, perché è intorno al rapporto tra lingua e paesaggio che ruota drammaticamente il terzo termine fondamentale della poesia di Zanzotto. Per mettere in contatto la parola e il mondo, infatti, c’è sempre bisogno di un io, di qualcuno che dice, che trova le parole. Ma anche qui Zanzotto trova uno scollamento, una frustrazione, qualcosa che si è perso. Così nella sue raccolte la posizione dell’io, del soggetto, continua a fluttuare tra istanze e fallimenti, che spiegano la necessità delle diverse fasi poetiche, ma anche la loro sostanziale unità. Fino all’ultimo, fino alle ultime poesie di Conglomerati, in cui Zanzotto trova ancora la leggerezza per scrivere: lasciami andare verso la mia sorte «e qualunque essa sia / mi tratterrà al di qua delle inesistenti porte / della ghigliottina fina che si avvicina in sordina / l’ostinazione di quell’ipnosi chiamata poesia».
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