A “vicino/lontano” l’eco delle lingue minori a rischio

Massimo Somaglino parla de “L’ùali di Diu” in scena al San Giorgio di Udine l’8 maggio: «Quando muore un idioma, muore un popolo»
ANTEPRIMA somaglino al malignani
ANTEPRIMA somaglino al malignani

Una storia nella storia. L’ùali di Diu (ovvero l’occhio di Dio), in scena al San Giorgio di Udine mercoledì 8 maggio alle 21, in apertura di vicino/lontano, porta con sé la natura della necessità. Se è arrivato fino a noi, viene da dire dopo aver ascoltato la storia della sua scrittura, un motivo ci deve essere.

L’autore, Miklós Hubay, amico del fotografo Danilo De Marco – è lui il trait d’union tra il grande drammaturgo ungherese «amico dell’Italia e degli italiani, pregi e difetti inclusi» e il Friuli che ben conosce e dove ha soggiornato molte volte per lavoro e per diletto –, ci racconta la tragedia dell’ultima donna di un popolo che con lei si estinguerà perché è rimasta la sola a parlare una lingua destinata anch’essa a scomparire. Una difesa appassionata delle lingue minoritarie a rischio, quando non addirittura cancellate.

Il testo, scritto da Hubay a Villacaccia di Lestizza, messo in scena con il titolo di Infin il cinidôr e interpretato da Massimo Somaglino nel 2000, durante la rassegna Avostanis ai Colonos, uscì successivamente anche in lingua magiara come Elnémulás: un titolo – spiega lo stesso Somaglino – che indica «il restare muti quando qualcuno ti toglie la voce». Da Infin il cinidôr in friulano a Elnémulás in ungherese, poi tradotto in italiano da Martina Arrigoni con Ammutire, come arriviamo a L’ùali di Diu? «Grazie a Carlo Tolazzi, che ha curato traduzione e sceneggiatura con la stessa Arrigoni».

Somaglino metterà in scena il testo con tre attori: Fabiano Fantini, Aida Talliente e Marco Rogante. «Fabiano porta la sua grande esperienza teatrale, Aida il talento, Marco la sua giovinezza, necessaria al personaggio del seminarista che interpreta. Gli attori – prosegue Somaglino – si misurano con una lingua antica di suoni e parole perdute. È una variante del friulano della val Pesarina ma potrebbe essere francese antico, polacco... una qualsiasi lingua che ha perduto l’uso di oggetti, le parole per indicarli, o viceversa. Una lingua evoca mondi. Quando muore, insieme alle parole scompare un intero popolo. Il testo di Miklós, che racconta la storia terribile di una donna che è condannata a morire in un paese in guerra, è costruito per il teatro. Non siamo in presenza di un trattato filosofico».

Fabiana Dallavalle

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto