In “Viaggio con Dante”, cento film passando per il Friuli

Una Commedia all’Alighieri o un film Divino, sostanzialmente un’epopea poetica di tale ampiezza da rendere opera minimalista il Decalogo di Krzysztof Kieslowski.
Per un Paese che si raggomitola volentieri sulla Storia, Dante resta la Fonte primaria, simbolo di una magnificenza letteraria inimitata, appiglio unico di una cultura in contemporaneo stallo. D’altronde il sommo vergò sì nel quattordicesimo secolo, ma ci vide lontano, talmente da lasciare all’uomo postumo un pensiero senza tempo. Ecco il movente dello sfruttamento, dalle benignane declamazioni alle cinematografiche raccolte di sensazioni visive.
Un progetto monstre, valutandone l’ampiezza. Cento film da dodici minuti l’uno per la celebrazione massima de la Comedia, le tre cantiche - Inferno, Purgatorio, Paradiso - reinterpretate attraverso un Viaggio con Dante, Italia setacciata dalla Sicilia al Trentino (con sosta cercata e voluta in Friuli Venezia Giulia, sedotti da Villa Manin, dal Sacrario di Redipuglia e dal goriziano di confine) per individuare luoghi in stretta correlazione con il significato colto delle terzine incatenate di versi endecasillabi, in lingua volgare fiorentina.
La stimolazione a un cinema apparentemente impossibile cala dai piani alti della Società Dante Alighieri di palazzo Firenze, fondata nel 1889 dal Giosuè Carducci. Il vice presidente Paolo Peluffo, ex portavoce di Ciampi e storico audace, individua in Lamberto Lambertini, regista di lunga navigazione, l’occhio giusto per riassumere in ventuno ore il cammino nell’aldilà indossando i mocassini di oggi.
La Maratona infernale è già bella che conclusa. Nell’elegante cofanetto ci stanno i sette dvd. A marzo 2014 uscirà Montagna infinita (fotografia di Carlo Sgambato, musica di Savio Riccardi, consulenza storica di Valentina Spata) - la visita nella piccola patria del Nord Est in quello finirà e il Paradiso, «tutto ancora da architettare», precisa Lambertini.
- E cos’è che l’ha calamitata qui?
«L’arte. In villa, oltre a Capa, espongono dodici fotografi friulani. Vede, il Purgatorio è visione, al contrario dell’Inferno d’impatto ben più tattile. Ho scelto il fil rouge artistico per rappresentare il senso visionario che cercavo. E poi la dimora dei Manin è un qualcosa di straordinario e d’imponente. Gorizia è terra senza barriere, espatri in Slovenia e nemmeno te ne accorgi. Non è affascinante? Siamo partiti dal Sud con l’intenzione di risalire al Nord seguendo il percorso delle anime alla ricerca della purificazione».
- Lei è pure l’io narrante, colui che legge assecondando il flusso delle sequenze...
«Mai avrei pensato di farmi rinchiudere in uno studio di registrazione, è successo per l’insistenza di Peluffo e di Alessandro Masi. Mi dicono, “sei perfetto. Tu non declami, racconti. Questo vorremmo. Nessuna accademia da fine dicitore”. Come dir loro di no. L’idea, però, di una accurata visita allo Stivale intero associando i versi del Poeta, è merito di Borges. Il grande argentino trentenne confessò di non averla mai letta, la Divina Commedia. Avendo poco tempo, se la divorò tutta approfittando dei lenti tragitti in tranvai da casa alla biblioteca dove lavorava. Una lettura itinerante con continui cambi di scenografia naturale. Era un format già pronto».
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