Il caso dragaggi: Progetti e soldi ci sono ma le draghe sono ferme

SAN GIORGIO DI NOGARO. Dodici anni di commissariamento (Ciani, Moretton, Menchini). Un inquinamento che fu dichiarato dal ministero dell’Ambiente. Uno stato di emergenza che alla fine si è dimostrato un flop. Un centinaio di milioni spesi per stabilire come rimuovere i fanghi ritenuti off-limit. L’intervento della magistratura che ha di fatto azzerato dodici anni di straordinaria follia politico-amministrativa made in Italy. E un presente tutto ancora da decifrare.
Si riparte da zero. Che si debba ripartire da zero o quasi è banale ovvietà. Che lo si debba fare in tempi molto stretti appare perlomeno scontato. Che la Regione si sia ripresa in mano la patata bollente è cosa nota. Ma che manchino ancora dati certi sui tempi, sui costi e sulle modalità di rimozione dei fanghi è il vero snodo dell’intera vicenda. A partire da quello che la presenza dei fanghi rende poco competitivo dal punto di vista commerciale i fondali dei canali che conducono a porto Margreth perché le navi di grossa stazza hanno bisogno di un fondale che arrivi almeno a 7 metri e mezzo di profondità rispetto agli attuali sei.
L’esperimeno pilota. Questo per ridurre i costi degli armatori e rendere competitivo il porto. In verità, nel frattempo la Regione, dopo lo tsunami giudiziario, si è già mossa con i dragaggi del canale Coron di Aprilia Marittima. Per attuarli è stata adottata una tecnica nuova che ha puntato sullo spostamento dei sedimenti. I difensori di questa tecnica sostengono che ha prevalso la scienza rispetto agli interessi di parte. Ma anche che si tratta di un esperimento pilota – come dichiara Giorgio Mattassi – che apre la strada alla normalizzazione dell’intera vicenda.
Le critiche dei sindaci. Immediata la replica dei detrattori. Il vicesindaco di Marano e vicepresidente dell’Aussa Corno, Graziano Pizzimenti, è lapidario: «Non si può prendere a modello l’ultimo metodo di deposito dei fanghi di Aprilia effettuati sul Coron, in cui si scavava in una zona per riempirne un’altra. Capisco l’emergenza, non il metodo». Pizzimenti dice che la sua analisi è confortata dalla stragrande maggioranza degli amministratori locali della zona. Già, ma che fare allora? Pizzimenti suggerisce due soluzioni, che assicura condivise, per avere una «soluzione definitiva del problema».
Le due contro-ipotesi. «Visto – spiega il vicesindaco – che ormai sono arrivati i dati definitivi forniti dall’Arpa, si sa con certezza quali sono i fattori inquinanti e quindi come possono essere catalogati. Per questo è necessario approvare il Protocollo Marano-Grado mutuato da quello di Venezia. Secondariamente, è indispensabile costruire un modello definitivo di ripristino delle barene storiche in cui depositare i fanghi già più volte segnalato dal nostro Comune alla Regione. Questo perché le barene riducono i costi di trasporto e fanno da barriera per i canali medesimi».
La Regione fa il punto. L’assessore regionale alle Infrastrutture, Mariagrazia Santoro, spiega: «A circa metà luglio il commissario liquidatore della laguna, Petris, ha trasmesso l’elaborato sullo stato dell’arte dei dragaggi e in particolare del Corno, di Marano e dello Stella. Proprio in questi giorni gli uffici stanno facendo gli approfondimenti con l’Arpa per capire qual è la situazione. In base alle analisi, sarà studiata e definita quale soluzione può essere prospettata per i diversi ambiti». Dunque: resta da capire - come si accennava - dove intervenire, come e con quali mezzi finanziari.
Strategie e fondi. Uno dei primi interrogativi riguarda il quantitativo di fanghi da rimuovere. Le stime sono le più disparate. Quelle maggiormente condivise parlano di circa 40 mila cubi della zona industriale dell’Aussa Corno, di altrettanti all’entrata di Porto Buso, di 5 mila nel porto di Marano e di 150 nella laguna. Ma altre ipotesi parlano di circa 300 mila cubi complessivi. Sul come spostarli – come ha riferito l’assessore Santoro – si attendono le direttive della Regione. Infine, i costi. Anche qui è buio pesto perché tutto dipenderà dal tipo di intervento che sarà effettuato. Quello di Aprilia Marittima ammonterebbe a circa 700 mila euro. A disposizione della Regione ci sono diversi milioni ereditati dalla gestione Menchini: 11-12 secondo le stime più “sparagnine”; addirittura 40 stando ai più ottimisti.
Stop a progetti faraonici. Di questa infinita story resta la realizzazione a tavolino del “baraccone” del commissariamento voluto dal ministero su un presunto inquinamento - quello che sarebbe stato provocato dall’industria slovena Idria, ferma ormai dagli anni 90 – rilevatosi non pericoloso per la salute pubblica e per l’ambiente.
Ma è bastato quell’sos per mettere in piedi il grande businnes della presunta bonifica che, appunto, non è stata ancora realizzata.
E l’ultima certezza riguarda il fatto che i progetti faraonici di recupero delle aree sono stati accantonati in nome di quel buon senso che è stato fatto proprio dai vertici della Regione dopo il decennio del commissariamento.
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