«Quel latte andava eliminato»

UDINE. «Il latte contaminato dall’aflotossina M1 andava eliminato». La professoressa del dipartimento di Scienze degli alimenti dell’università di Udine, Nadia Innocenti, non ha dubbi sulla pericolosità della tossina che, come stabilisce una direttiva europea, non può superare i 0,05 microgrammi per chilogrammo di latte. Si tratta di un limite restrittivo, 10 volte più basso rispetto a quello imposto negli Stati Uniti.
Anche per questo motivo la studiosa ci tiene a tranquillizzare chi ritiene di aver consumato i prodotti Cospalat nel periodo in cui il latte contaminato finiva sugli scaffali o nelle forme di formaggio: «L’aflotossina M1 è cancerogena, ma non possiamo pensare che a chi ha bevuto quel latte domani sarà diagnosticato un tumore. Evitiamo di creare allarmismi».
«L’aflotossina è prodotta da una muffa specifica “Aspergillus flavus” che si trova nel mais, nel fieno, negli alimenti somministrati alle vacche» spiega la professoressa soffermandosi su un aspetto non di poco conto: «Nei cereali l’aflotossina è tollerata in quantità maggiore rispetto a quella del latte». I cereali, insomma, pur superando i livelli di aflotossina fissati per il latte possono essere commercializzati.
Possono finire nelle mangiatoie delle vacche perché l’aflotossina si muta in cancerogena nel corpo dell’animale: «Il processo di modificazione avviene nella mammella della vacca e qui che si produce la M1, una delle tossine più pericolose per la salute umana. È un passaggio molto rapido, dopo quattro ore dall’ingestione dell’alimento contaminato viene già riscontrata nel latte, in quel caso il latte non può essere destinato al consumo umano e neppure trasformato» insiste la docente nel ribadire che è il processo di metabolizzazione che avviene nel corpo nella mucca a sviluppare la sostanza tossica.
«Sostanza che se accumulate a lungo termine nell’organismo umano provoca il cancro, disturbi epatossico e neurotossico» aggiunge la professoressa prima di rispondere a chi le chiede «cosa favorisce lo sviluppo delle microtossine nei cereali?» che il punto più critico «è la conservazione e lo stoccaggio del mais». Determinante è il tasso di umidità e la temperatura presente nei silos dove viene stoccato il prodotto.
«Sono molti i fattori che incidono sulla presenza della tossina, tra questi anche il periodo del raccolto perché se i contadini, anziché rispettare i calendari dettati dalla natura, raccolgono troppo presto i cereali questi contengono un maggior tasso di umidità che può favorire lo sviluppo dell’aflotossina». Appurato che il mais è uno degli alimenti più a rischio, la docente ricorda che i contadini non possono trascurare neppure le modalità di aerazione del prodotto, la temperature e l’umidità presente nel luogo dove viene conservato.
Tornando al latte, invece, la professoressa che da tempo studia i problemi dell’aflotossina nell’alimentazione animale, ripete che gli effetti sulla salute dell’uomo dipendono dalla concentrazione di aflotossina ingerita. «In Europa i limiti sono restrittivi, negli Usa sono dieci volte più elevati». Come dire: negli Usa usano il latte che noi distruggiamo. «Noi ci preoccupiamo di concentrazioni che in altri Paesi sono consentite» conclude la professoressa nel ribadire che «il problema non è l’aflotossina, bensì l’accumulo della stessa registrato, nel tempo, nell’organismo».
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