Kershaw: la Germania è impopolare ma non ci sarà un Quarto Reich

La lectio dello studioso britannico vincitore del premio FriulAdria “Il romanzo della storia” Le differenze sostanziali tra l’Europa di oggi e quella in cui Adolf Hitler ascese al potere nel 1933
Di Ian Kershaw

di IAN KERSHAW

La nomina di Hitler a cancelliere del Reich tedesco il 30 gennaio 1933 fu uno degli eventi più gravidi di conseguenze della storia moderna. Il consolidamento del suo potere fu estremamente rapido: mentre in Italia a Mussolini erano occorsi più di tre anni per arrivare a una dittatura assoluta, in Germania Hitler vi riuscì in poco più di sei mesi. Forme estreme di terrore nei confronti degli avversari politici, nonché una dedizione zelante e un’ubbidienza ancora più pronta forgiarono un regime di grande dinamismo, con un programma di conquista territoriale e pulizia razziale. L’assunzione del potere da parte di Hitler segnò l’inizio di una crisi dilagante per l’intera Europa, dando origine a un processo che sarebbe culminato nella guerra più devastante e nel più spaventoso genocidio della storia, lasciando un continente in macerie, e diviso per oltre quarant’anni dalla Cortina di ferro.

La presa di potere da parte di Hitler avvenne nel pieno della peggior crisi globale mai sperimentata dall’economia capitalista moderna. Ottant’anni dopo l’Europa si trova nella morsa di un’altra profonda crisi globale del capitalismo. È possibile che in qualche modo la storia si ripeta? (...) In tutta Europa la nuova era di austerità ha favorito l’inasprirsi del clima sociale, l’atteggiamento verso gli immigranti si è indurito, è aumentata la xenofobia, e i sentimenti nazionalisti si sono intensificati, e i partiti politici che danno loro voce hanno guadagnato maggiore consenso. (...) Esistono quindi ragioni sufficienti per essere molto preoccupati sul futuro sviluppo del continente. Sembra però estremamente improbabile che si precipiti in una nuova era oscura di fascismo: nonostante superficiali analogie, si può escludere un ripetersi di quanto avvenuto negli anni Trenta, date le differenze tra l’attuale situazione europea e quella di allora.

In effetti negli anni Trenta non ci fu un legame intrinseco fra la crisi economica e il precipitare della democr. azia nel fascismo e nella dittatura. Soltanto dove le tensioni sociali e politiche create dalla Depressione interagirono con altri fattori prevalenti – gli strascichi delle conseguenze della Grande Guerra, il risentimento circa il territorio nazionale perduto, il timore paranoico della Sinistra, l’avversione viscerale per gli ebrei (...) – il sistema si era già deteriorato in precedenza aprendo così la via alla dittatura fascista. Di fatto, solo l’Italia e la Germania si rivelarono gli unici Paesi dove i movimenti fascisti – sostenuti élite conservatrici, deboli e antidemocratiche – divennero tanto forti da riuscire ad assumere la guida assoluta dello Stato. Inoltre Mussolini era andato al governo non durante la Depressione, ma in circostanze del tutto diverse, provocate dalla crisi verificatasi subito dopo la prima guerra mondiale. In alcuni Paesi il fascismo emerse solo quando la Depressione stava ormai esaurendosi; in altri, in cui questa fu gravissima, non sorse alcun movimento fascista significativo. (...) In Germania la democrazia era nata subito dopo una guerra persa e il successo di una rivoluzione guidata da una Sinistra socialista aspramente odiata dalle élite e dalla maggior parte della classe media. Lo Stato democratico era debole e fu contestato con violenza fin dall’inizio. Oltre al senso di umiliazione nazionale per la sconfitta subita, perdurava il rancore per il trattamento inflitto alla Germania dagli Alleati vittoriosi: l’accusa di aver scatenato il conflitto, la sottrazione di territorio e l’imposizione di onerose riparazioni per i danni di guerra. Le élite dominanti sognavano un’epoca in cui la Germania avrebbe potuto recuperare il territorio sottrattole con il Trattato di Versailles del 1919, ricostruire l’esercito e riconquistare l’orgoglio nazionale, e in seguito il predominio in Europa. Molti tedeschi del ceto medio che avevano visto i loro risparmi spazzati via dall’inflazione degli anni Venti erano fra i più attratti dalla prospettiva di un nuovo regime in grado di riportare prosperità e unità nazionale, distruggendo quanti consideravano nemici interni, in particolare i marxisti e gli ebrei. Questo portato ideologico (...) trovò alimento nella crisi della Depressione, che distrusse completamente l’appoggio allo Stato democratico e creò una crescente propensione a credere nell’ardita promessa hitleriana di rinnovamento nazionale. La Germania odierna non potrebbe essere più lontana da quella degli anni Trenta: ora fra i Paesi più pacifici, democratici, stabili e non nazionalisti del mondo, grazie alla sua forza economica, si trova a essere il leader involontario di un’Europa economicamente destabilizzata. È indubbio che la politica promossa con determinazione dalla Germania (...) sta provocando grave scompiglio, e l’impopolarità delle politiche di austerità sta dando vita a un preoccupante “deficit democratico” in gran parte d’Europa. Il futuro è incerto, e dà sufficienti motivi di preoccupazione, ma a dispetto dei lati negativi gli stretti legami di un’economia globale interconnessa con istituzioni transnazionali presentano almeno il notevole vantaggio di escludere in pratica un ritorno a dittature nazionali, e men che mai in Germania. Non ci sarà un “Quarto Reich”.

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