Illegalità, lotte di potere èStoria dei mali d’Italia

GORIZIA Va da sè che la narrazione sul banditismo antico provoca l'inevitabile rimbalzo su quello in circolazione. Un bel palleggio epocale.
ÈStoria, al nono passaggio, sceglie le suggestioni e la forza evocativa di personaggi maledetti seminati nei secoli, per nulla inghiottiti dalla memoria del passato, in continuo disaccordo con il mutare degli eventi per la supremazia del ricordo incancellabile.
Ci ritroviamo a guardare in faccia i briganti con ancora il senso dei Profeti in testa.
Profano e sacro, dunque; d'altronde i festival se non osano hanno fine certa. Poi ci si mette pure il soldo scarso a far traballare bilanci e coscienze.
ÈStoria - però - ha retto da par suo, facendo muro con i risultati. E sulla continuità da serie infallibile è il sindaco di Gorizia Ettore Romoli a metterci una buona parola: «Nove anni fa nemmeno gli Ossola avrebbero scommesso di quanto in avanti si sarebbero sporti. Capacità imprenditoriale e organizzativa hanno consentito un marchio a fuoco difficile da rimuovere. Ed eccoci qui, nonostante il taglio selvaggio, nonostante il cielo plumbeo, nonostante tutto».
S’inaugura con l’ufficialità al tramonto. Piove, ma fa niente.
È Anita Kravos, reduce dallo sfavillio di Cannes (è nel cast de La grande bellezza di Sorrentino) a passare il microfono ai rappresentanti dei sostenitori autentici, ovvero di chi ci crede e versa sapendo che sono banconote ben spese: il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Gian Luigi Chiozza, Sante Merlo per Friuladria, lo stesso Romoli, il consigliere regionale Rodolfo Ziberna e - da lontano con una missiva - pure il neo sottosegretario ai beni culturali Ilaria Borletti Buitoni.
Al sindaco scappa la battuta. «Siamo schierati sul palco con la scritta Banditi alle spalle. Non vorrei fosse una scena voluta».
Ossola, l'Adriano presidente dell'Associazione èStoria, se la ride perché i banditi li ha rincorsi per anni e l'averli acchiappati lo rende felice. Poi sulla coincidenza scenografica non ha proprio colpe.
Dai piani alti dei palazzi romani la Borletti Buitoni plaude al coraggio del privato in uno dei momenti piú difficili della cultura italiana. «Quando competenze, autonomia e progettualità raggiungono l'eccellenza, possiamo sperare in una continuità non sempre garantita dalle istituzioni».
Ossola, il più citato, prende fiato. «Vero, caro Romoli, due lustri fa c'immaginavamo un futuro forse più corto di questo. La Storia non è la più amata dagli italiani, ma a sbirciare sotto i tendoni sempre sold out si direbbe il contrario. A crederci si va avanti».
Arriviamo al nocciolo. Banditi. E s'indaga sul confine fra legalità e illegalità, giustizia e devianza, potere e opposizione al potere.
Banditi perché messi al bando e allontanati dalla società, banditi perché oltre la legge. «Sui poveri - scriveva Fernand Braudel nel saggio Miseria e banditismo - la storia getta poche luci. Eppure sanno, a loro modo, attirare l'attenzione dei potenti e, di rimbalzo, anche la nostra».
E si rovescia quella che era stata, fino ad allora, la nozione di bandito. In tal modo si sottraeva il fenomeno della criminalità alla semplice avventura dell'uomo contro uomo per inserirlo in un contesto di contrapposizione del più debole rispetto al più forte, di rivincita di classe contro i sopprusi.
ÈStoria è una messinscena veloce, tre giorni secchi con sessanta incontri, presentazioni e lectio magistralis, oltre a mostre, colazioni, escursioni. Tanto per dirne una, anzi uno, la star sarà Graziano Mesina, il più famoso fuorilegge sardo del dopoguerra. Ventidue evasioni, di cui dieci riuscite. Quaranta anni in carcere, cinque da latitante e undici agli arresti domiciliari, infine mediatore del sequestro Kassam.
Ne avrà di cose da raccontare. Domenica, alle 18. A Gorizia, naturalmente.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








