Friuli, la nuova sfida per la ricostruzione

La Regione deve rimettere in gioco la propria autonomia. La priorità: sostenere lo sviluppo per creare posti di lavoro

UDINE. Un terremotato di Osoppo, che il 6 maggio 1976 aveva perso tutto sotto i colpi dell’Orcolat, affidò a padre David Maria Turoldo il compito di pubblicare un concetto fondamentale, che in quel momento di emergenza univa i friulani. Gli trasmise in parole semplici il senso della rinascita.

«Mi ha comandato di scrivere ben chiaro – ricordò Turoldo nelle sue memorie – che non dobbiamo ricominciare dalle case, ma dalle fabbriche: magari vivendo nelle roulotte. Perché abbiamo bisogno di lavoro. A dopo, tutto il resto. Anzi, sono queste le sue parole esatte: padre, non cominceremo mica dalle chiese! Io voglio pregare, lo farò anche per la strada: ma prima il lavoro». Solo così la comunità si sarebbe potuta affrancare da uno stato di dipendenza, «possibilmente senza chiedere nulla a nessuno, forse neppure a Dio».

È significativo ricordare questo episodio, nella settimana che chiude la triste ricorrenza del sisma, per testimoniare quanto il lavoro sia diventato “identità”. Il Friuli rinacque due volte nel giro di pochi decenni: dalle macerie della guerra e da quelle del terremoto.

È sufficiente mettere assieme qualche cifra. Nel 1951, il reddito prodotto per abitante nell’area del confine nord-orientale era di 162 mila lire, contro una media nazionale di 204 mila. La punta più alta del distacco fu registrata nel 1957, anno in cui i dati locali evidenziarono uno scostamento di quasi un quarto in meno rispetto al resto d’Italia. Terra martoriata, la nostra, segnata dalla mano ruvida della storia, terra di miseria e di emigrazione.

Cinquant’anni fa, l’istituzione della Regione a Statuto Speciale contribuì a invertire la rotta, mettendo artificialmente insieme una tormentata area di confine. Solo così poteva crescere unita nel rispetto delle sue diversità: Udine, Trieste, Gorizia e Pordenone; la montagna, la pianura e il mare; l’agricoltura, il manifatturiero e i servizi. Proprio per esercitare questo complicatissimo compito, alla Regione fu riconosciuta l’autonomia, utilizzata come strumento di sviluppo. Non a caso, le fu attribuita anche la potestà legislativa in materia di industria, di commercio, di artigianato e di credito. Così, da uno dei livelli più bassi del sistema produttivo italiano, partì la grande rincorsa che si concluse con il sorpasso del 1970. Il nostro indice di ricchezza (fatto 100 il valore nazionale), misurato dall’Istat in 73,3, salì rapidamente a 100,7. Neanche il tempo di assaporare il successo, che ci fu subito il patatrac. Il terremoto sembrava dovesse compromettere ogni prospettiva di crescita. La reazione fu invece immediata, potendo contare su straordinarie energie che permisero la ricostruzione di un Friuli finalmente impostato sui binari della modernità.

Ancora una volta la rinascita fu sostenuta dalle peculiarità di autonomia, che diedero pieni poteri di manovra (un vero miracolo per uno Stato rigidamente centralista) ai Comuni, alle Province e alla Regione. Accanto a una schiera di amministratori pubblici, operò una classe di imprenditori in grado di guidare una nuova fase di sviluppo. Il Friuli Venezia Giulia è diventato rapidamente una terra di stabilimenti, grandi e piccoli, che si sono allargati a macchia d’olio nelle campagne. È entrato così a pieno titolo nel Nordest, cioè in una delle aree più dinamiche d’Europa, dove le aziende sono cresciute a pane e concorrenza, e soprattutto si sono impastate con la società, diventando un “corpo unico”. Tant’è che la crisi ora sta mettendo inevitabilmente in difficoltà un intero modello di sviluppo, che ha bisogno di una profonda ristrutturazione. Ecco che i due elementi cardine di quei tempi sono riproponibili anche oggi, se non altro come richiamo alle pagine migliori della storia: le priorità della creazione di lavoro e della valorizzazione delle autonomie locali, come caratteristiche di una “cultura del fare”.

È forte infatti il bisogno di esprimere progettualità pari a quelle del dopo-terremoto, perché ancora una volta la rinascita deve essere fondata sul lavoro. Le difficoltà sono evidenti, segnate da una perdita complessiva di competitività. Il Friuli Venezia Giulia paga a prezzi elevatissimi (perché sta in un’area sensibile per la concorrenza) il lungo immobilismo di un sistema-Paese da almeno un decennio privo di strategie, colpevolmente sprecone a causa del mantenimento di una spesa pubblica ipertrofica, che alimenta uno dei debiti più consistenti d’Europa. Di fatto, si è creato un ambiente ostile alle imprese, spolpate delle risorse indispensabili per la crescita mediante una pressione fiscale da capogiro, che non ha paragoni nel mondo occidentale. L’Italia ha così perso il passo della concorrenza. Per di più non è riuscita a innovare adeguatamente processi produttivi e prodotti, per colpa della scarsa propensione agli investimenti nella ricerca. Un disastro. Il Paese è rimasto incagliato in vecchi schemi che accelerano fenomeni di de-industrializzazione. Il manifatturiero soffre ovunque, mettendo in difficoltà le aree più produttive.

Il Friuli Venezia Giulia è dentro questo vortice di declino. Ai problemi nazionali aggiunge le proprie magagne. L’autonomia ha smarrito nel tempo l’energia che favoriva lo sviluppo. Praticamente gira su se stessa, assorbendo importanti risorse per alimentare un sottobosco di poteri, ormai fuori controllo, gestiti da finanziarie pubbliche, da società partecipate, da consorzi e da agenzie. Questo ingarbugliato reticolo di strutture, che genera sprechi e azioni speculative, ha smarrito l’orientamento originario, quello di essere un valido strumento a sostegno delle attività produttive. Anche da noi ci si è ridotti a scoprire il valore dell’impresa solamente quando è in difficoltà o, peggio, quando ormai è destinata a chiudere. Così gli interventi “di soccorso” sono mossi quasi esclusivamente da logiche assistenziali, senza una visione strategica. Occorrerebbe ritornare a una direzione di marcia selettiva, sicuramente lungimirante, perché alcune produzioni (a basso contenuto tecnologico) hanno preso definitivamente la via dei Paesi che garantiscono costi del lavoro più bassi.

Allora, dove vuole andare il Friuli Venezia Giulia? Come potrà rimodulare il suo modello di sviluppo? Meglio che si affretti a ricostruire per conto suo, senza attendere segnali dall’esterno, un ambiente favorevole alle aziende, attraverso la specializzazione, la formazione, la ricerca e la cultura. Dovrà salvare le industrie strategiche e individuare nuovi settori sui quali investire. Lì sta il futuro, lì la Regione dovrà rimettere in gioco la sua “specialità” per creare lavoro. Altrimenti non resterà che smontare ogni pretesa di autonomia, la quale, senza politiche concrete (come sburocratizzazione, piano energetico, incentivi e alleggerimenti fiscali), rischierebbe di produrre solo sprechi e privilegi.

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