Fiaccolata per dire no alla vivisezione

Corteo con 600 persone in centro a Udine promosso dal gruppo No Harlan. «Basta torture sugli animali. Lasciateli in pace»
Udine 19 gennaio 2013 Manifestazione degli animalisti contro la vivisezione ed Harlan. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone
Udine 19 gennaio 2013 Manifestazione degli animalisti contro la vivisezione ed Harlan. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone

UDINE. Hanno sfilato lungo le vie del centro storico in assoluto silenzio. Almeno 600 persone, tutte con una candela in mano, impegnate in una marcia funebre per chiedere la chiusura della sede friulana della multinazionale Harlan.

E proprio “No Harlan” è stato il messaggio che i manifestanti hanno voluto lanciare da piazza San Giacomo contro la vivisezione: prima le persone e poi soltanto le luci per dire «basta alle torture sugli animali». Un messaggio che ha più volte visto Udine diventare il fulcro, pacifico, della protesta. E l’amministrazione ha anche messo a punto un Regolamento comunale per la tutela degli animali d’affezione che però è ancora impantanato nelle pastoie burocratiche.

Ecco perché ieri sera gli assessori Lorenzo Croattini (Qualità della città) e Kristian Franzil (Istruzione), entrambi in corteo, hanno voluto richiamare l’attenzione di palazzo D’Aronco. «Ho più volte chiesto al presidente del consiglio, Daniele Cortolezzis, e al presidente della commissione Statuto, Fabrizio Anzolini, di convocare una riunione per chiudere la pratica Regolamento», ha detto Croattini.

«Abbiamo votato i primi articoli – ha aggiunto –, ora nel giro di due o tre sedute potremmo licenziare il testo definitivo che potrebbe così essere approvato prima delle elezioni amministrative». Il Regolamento punta anche a limitare la sperimentazione sugli animali: «Abbiamo inserito un emendamento che punta a disciplinare la questione in senso positivo – ha precisato Franzil – perché il Comune sosterrà la ricerca che non usa gli animali. Purtroppo si nota una sorta di leggerezza nell’utilizzo delle cavie da laboratorio e la nuova coscienza dovrebbe partire proprio dai luoghi di formazione».

Molti i manifestanti che hanno scelto di scendere in strada accompagnati dal loro amico a quattro zampe. Alcuni avevano un nastro nero legato al collare, altri, come Tika, una meticcia di 4 anni, indossavano una maglietta con sopra scritto: «Lasciate in pace i miei fratelli». «La vivisezione è un modo stupido e ottuso di cercare soluzioni ai problemi – ha spiegato Carla Trombetta, ideatrice dell’originale messaggio –. Causa indicibili sofferenze senza alcun motivo. Esistono altri metodi più validi che la ricerca può sfruttare».

Dopo il ritrovo in piazza Libertà il corteo ha sfilato lungo via Vittorio Veneto, via Gorghi, per toccare piazza XX settembre e arrivare in San Giacomo. «Abbiamo pensato a un corteo funebre illuminato da tante luci per rappresentare la speranza – ha detto Gaia Perissutti, del No Harlan group –. Una speranza sostenuta da tante vittorie grandi e piccole: la liberazione dei beagle di Green Hill, l’ormai prossima messa al bando dell’esportazione delle scimmie per la vivisezione detenute nell’allevamento di Mazor farm in Israele, la lotta degli attivisti inglesi».

Nelle intenzioni degli organizzatori la manifestazione di ieri si sarebbe dovuta tenere a San Pietro al Natisone, e più precisamente ad Azzida, la sede legale italiana della multinazionale Harlan. «Ma per motivi di sicurezza è stato negato l’ok perché in quei laboratori selezionano e allevano topi, conigli, criceti, ratti. Tutti animali destinati alla vivisezione e quindi il rischio di scontri è alto – ha precisato Perissutti –. I nostri cortei sono sempre pacifici, ma quello di San Pietro è un punto davvero sensibile e non si sa mai chi si può intrufolare». Intanto prosegue la raccolta di firme per chiedere la revisione della direttiva europea 63 del 2010, soltanto ieri sono state 620 le nuove sottoscrizioni. C’è tempo fino al 19 giugno per raccogliere un minimo di un milione di firme valide, in almeno sette paesi dell’Unione. «Il tutto per dire no a un provvedimento mascherato sotto il titolo “protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici” ma che in realtà è giusto chiamare “direttiva vivisezione”», hanno spiegato gli ambientalisti.

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