Restituito il passaporto a Pecile. In viaggio verso L'Avana

ESCLUSIVO Fermato con altri tre giornalisti e poi rilasciato. Il giornalista del Messaggero Veneto  è stato sottoposto a un procedimento  amministrativo in  cui gli si  contesta la regolarità del visto. Aveva raggiunto e intervistato Il fratellastro di Lisandra a Camaguey, Cuba. I due sono accusati dell’omicidio dei coniugi Burgato. "Io e mia sorella non c’entriamo. Lisandra mi accusa? L’hanno minacciata". Le autorità cubane hanno restituito il passaporto a Domenico Pecile e agli altri giornalisti fermati. Ora sono in viaggio verso L'Avana

UDINE. L’sms che t’aspetti arriva alle 21 in punto, le 15 ora cubana. È il messaggio del gestore telefonico che annuncia la riaccensione del cellulare. Chi ha il dito più svelto vince la prima telefonata a Domenico Pecile. Tocca al direttore Omar Monestier risentire la voce del suo inviato “speciale” dopo oltre sei ore di silenzio dall’ultimo, velocissimo contatto con la collega Luana de Francisco.

Poi scatta l’intervista. «Ciao. Abbiamo appena finito gli interrogatori e firmato i verbali. Siamo ancora senza passaporto. Saremo accompagnati all’Avana. S’è fatto vivo l’ambasciatore. È un sollievo».

Domenico parla sciolto. «Ci hanno trattati benissimo, anche se ci hanno “bloccati” per molto tempo. La notte abbiamo dormito qualche ora. Sapevo che dovevo tenere i nervi saldi. Ora saremo scortati da uno di loro, ma non so dove ci porteranno, all’Avana. Siamo ottimisti perché ci hanno ridato il cellulare».

Nessun processo allora. Nessuna direttissima. «Vero. Per loro era una formalità. Però per loro eravamo in dolo. In una caserma siamo stati fermi dalle 16 alle 19 e poi siamo andati a dormire a mezzanotte. Ti spiegherò...», taglia corto Pecile sull’argomento. Sarà materiale per un bel pezzo, quando tornerà in redazione, con i piedi in Italia. O magari già quando sarà sull’aereo.

Cambia scena, Pecile. Cena e pranzo “gratis”: «Riso e carne di maiale e pollo; frutta tropicale. Mi sono lavato, cambiato e sbarbato. Prima ci hanno portati in una caserma del ministero dell’emigrazione; quindi è stata a volta della caserma del ministero degli interni».

E Rei? «Mai più visto. Durante l’intervista – prosegue il racconto Pecile – davamo nell’occhio, è evidente che qualcuno ha avvertito...».

Problemi di visto sul passaporto allora. «Già. Il nostro era per “holiday”, ci spiegavano. Devo dire che ci hanno trattati bene: sorrisi, “buon giorno” e “buona sera”. Ma è stato uno stress grande perché non sai, perché non hai contatti, perché sei a migliaia di chilometri da casa, non c’è l’avvocato, non sai cosa ti aspetta. Perché... tutto!».

Quindi Domenico ricorda la “cattura”. «Ero in taxi e stavamo andando verso l’albergo, dopo l’intervista a Rei; stavo cercando il fotografo del Corriere e ho sentito un trambusto. “Come!”, vieni, e sono entrato in una loro auto, mi hanno tolto il cellulare e abbiamo cominciato ad aspettare».

Vorrebbe continuare a parlare, Domenico, dalla terrazza della caserma sulla cui non è nemmeno guardato a vista. Ma improvvisamente dice: «Devo andare devo andare. Chiama Catia, non mi risponde». La moglie. Adiós. Anzi arrivederci.

Il cellulare di Domenico si era scaricato poco prima dell’arresto, a furia di spedire fotografie e, soprattutto, il pezzo dell’intervista.

«Scrivo da una piazzetta qui in città», aveva raccontato il giorno prima spiegando che avrebbe spedito l’intervista via e-mail “a pezzi”, come un collage formato da sms, battendo i tasti non comodamente su un computer, ma sulla tastierina del suo BlackBerry.

Doppiamente bravo. E fortunato, visti gli eventi delle ore successive e l’azzeramento di tutti i files audio e video toccato agli altri colleghi con lui a Cuba per trovare e far parlare Reiver Laborde Rico. Lui c’è riuscito perché il suo pezzo è stato pubblicato. Per una volta, il giornale ha battuto la televisione. La diretta è stata sua. Anche ieri.


 

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