Plusvalenze Udinese: il pm ha chiesto due anni per Pozzo jr

Un anno e mezzo invece per l’ex dg Marino e per Soldati. Le difese: processo alle intenzioni, operazioni ineccepibili
Udineo 08 Febbraio 2012 tribunale Copyright PFP/TURCO
Udineo 08 Febbraio 2012 tribunale Copyright PFP/TURCO

UDINE. Due anni di reclusione per Gino Pozzo, consigliere d’amministrazione dell’Udinese calcio, e un anno e sei mesi rispettivamente per il presidente Franco Soldati e per l’ex direttore generale Pierpaolo Marino: sono le richieste con le quali il pm Lucia Terzariol, titolare dell’inchiesta sulle plusvalenze della società bianconera, ha concluso la propria requisitoria, nel processo che vede i tre dirigenti accusati di concorso in “doping amministrativo”.

E cioè di avere procurato alla società vantaggi fiscali, attraverso l’acquisto e la vendita dei diritti sportivi di cinque giocatori (Gonzalo Martinez, Vittorio Micolucci, Valon Behrami, Rodrigue Boisfer), aumentandone artificiosamente il valore.

Nel ribadire la fittizietà delle operazioni e tirare le fila della lunga e complessa indagine condotta dalla Guardia di finanza, il magistrato ha tuttavia indicato come prescritte le ipotesi di reato riferite alle compravendite avvenute nel 2003 con il Venezia, mantenendo l’imputazione soltanto per alcuni dei contratti sottoscritti con il Genoa (30 fatture del giugno 2004 ritenute totalmente inesistenti e riferite a Behrami e Boisfer).

Stesso discorso per l’accusa di falso in bilancio, per il quale il pm ha sollecitato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. A pesare, nel computo della pena, è stata invece la supposta evasione delle imposte sui redditi e dell’Iva a sua volta riconducibile a presunte fatture per operazioni inesistenti, riferite alla compravendita di giocatori da e con il Venezia e il Genoa. Lo scarto di quattro mesi di pena chiesto per Pozzo è dovuto alla mancata concessione delle generiche, avendo già patteggiato in passato per un precedente specifico.

Serrata la difesa dei quattro legali scesi in campo, ieri, con le rispettive arringhe davanti al tribunale collegiale prsieduto dal giudice Carla Missera (a latere Lazzàro e Carlisi). L’avvocato Aldo Scalettaris, difensore di Marino, ha insistito in particolare sull’impossibilità del proprio assistito di interferire in qualche modo sull’emissione delle fatture, trattandosi di operazioni avvenute dopo la sua uscita dalla compagine societaria.

Una «discrasia temporale», insomma, avvalorata dalla dichiarazione con cui lo stesso Marino, in sede d’esame, aveva affermato di non essersi mai occupato di fatture. Definendo il caso «un processo alle intenzioni», l’avvocato Maurizio Conti, difensore di Soldati, ha cercato di smontare a monte l’ipotesi della «fittizietà» delle operazioni, ricordando come tutte avessero prodotto pagamenti e riconducendo le deduzioni del pm alla «non congruità dei valori».

Operazioni sulla cui effettiva esistenza ha insistito l’intero collegio difensivo, definendo i contratti «formalmente ineccepibili», ricordando che a firmarli furono gli stessi giocatori e ribadendo come l’Udinese abbia sempre controllato una pluralità di calciatori, compresi quelli tenuti fuori dal campo o fatti giocare in altri campionati.

Decisi a non accontentarsi della prescrizione, gli avvocati Giuseppe Campeis e Mariano Rossetti, difensori di Pozzo, hanno sostenuto l’assenza dei presupposti dell’accusa di falso in bilancio, non essendo stato individuato concretamente nè il soggetto danneggiato dalle false comunicazioni sociali, nè il vantaggio per chi le faceva. Chiusa dopo tre ore di discussione, l’udienza è stata rinviata al 19 luglio per la sentenza.

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