Morto a 93 anni Feruglio, una delle bandiere dell’Udinese

UDINE. E’ morto questa mattina a Udine, all’età di 93 anni, Severino Feruglio, popolarissimo con il soprannome di “Uaine”, grande calciatore degli anni ruggenti con all’attivo ben 306 partite disputate nella massima serie nelle fila dell’Udinese, del Livorno e della Triestina, dove ha chiuso la carriera da calciatore, per intraprendere subito quella di tecnico.
Feruglio nasce a Udine il 20 settembre 1919, indossa ancora giovanissimo la maglia bianconera. È un mediano e tatticamente ricopre i ruoli sia di stopper sia di libero, come poteva accadere all’epoca. Nel periodo bellico, dopo avere frequentato il corso ufficiali a Venaria Reale, rientra a Udine l’8 settembre del ’43 e si arruola nelle milizie partigiane. Fatto prigioniero, evita per un caso fortuito la fucilazione, e una volta liberato, ritorna al calcio, rifondando la società bianconera, nella quale riprende a giocare, ma contemporaneamente è prima a capo della polizia ausiliaria di Udine, e funzionario del Catasto poi.
Dopo un anno a Livorno in serie A, nel 1947 rientra all’Udinese, riprendendo il suo impiego al Catasto, e portando poi la squadra in serie A. Resta bianconero fino al 1952, quando il presidente Bruseschi gli cede gratuitamente la lista per meriti speciali. Feruglio passa allora alla Triestina, dove milita per un anno chiudendo la carriera per intraprendere nella stessa società quella di allenatore, che poi farà anche a Udine, passando per Novara, chiudendo definitivamente con il calcio nel 1964.
Nel frattempo, però, rileva un’impresa edile («aveva più di 100 operai», raccontò poi lo stesso Feruglio), che ha gestito per molti anni, ritirandosi poi a Colloredo di Montealbano, dove, tanto per tenersi in esercizio, aveva intrapreso l’attività di allevatore di bovini e di cavalli («sono stato il primo a importare la razza Frisona», precisa ancora lui).
Tornando al calcio, numerosi gli episodi particolari da lui vissuti nella sua lunga carriera. «Ho marcato tutti i big di quei tempi - ha ricordato in una recente intervista -, da Piola a Meazza, da Nordahl a Jepsson, a Boniperti, a Lorenzi, il famoso “veleno”, perchè in campo offendeva pesantemente il suo marcatore per provocarne la reazione. Nordahl con me non ha mai segnato, mentre Meazza, con una finta micidiale, mi mise letteralmente seduto, procurandomi un’ernia inguinale. Ero considerato tra i migliori difensori italiani, ma venni convocato una sola volta in Nazionale, e non scesi neppure in campo: allora dirigenti e selezionatori azzurri erano tutti torinesi e milanesi. Ma sono comunque felice della mia vita: io vivo di ricordi e non di rimpianti», raccontò.
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