Parcelle “in nero” all’avvocato, il pm: 8 mesi

UDINE. Che l’avvocato Gabriele Agrizzi abbia intascato “in nero” una parte dei compensi che gli spettavano da tre suoi clienti è cosa «sicuramente vera». Ma che da questo si arrivi a formulare nei suoi confronti un’ipotesi di reato di dichiarazione infedele, cioè a fare ricadere tale prassi nella fattispecie prevista dall’articolo 4 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n.74, ce ne passa.
Parola del professor Tullio Padovani, del foro di Pisa, difensore insieme all’avvocato Giuseppe Campeis del 66enne legale udinese, a processo per le ipotesi di evasione fiscale e truffa aggravata, in relazione all’apertura di una serie di conti correnti alla filiale Unicredit Private Banking di viale Ledra. Procedimento che vede coinvolto anche il funzionario della stessa Unicredit, Vito Vidale, 50 anni, di Udine, a sua volta accusato di favoreggiamento e difeso dall’avvocato Luca Ponti.
Ieri, davanti al giudice monocratico Mariarosa Persico, la discussione e le conclusioni delle parti. Con la richiesta del vpo Giovanna Schirra di condanna di Agrizzi a 8 mesi di reclusione per il solo capo relativo alle parcelle non fatturate e di assoluzione con la formula “perchè il fatto non sussiste” per la presunta truffa e di condanna a 6 mesi di reclusione per Vidale.
E, va da sè, con le richieste di assoluzione avanzate dai rispettivi difensori, che hanno cercato di smontare la tesi accusatoria a suo tempo costruita dal pm Lorenzo Del Giudice, a seguito della segnalazione dello stesso istituto di credito di una serie di operazioni ritenute sospette su alcuni conti correnti, per depositi e successivi prelievi di somme consistenti dagli stessi.
Due i fronti dell’indagine che aveva investito Agrizzi. Da un lato, alla luce degli accertamenti dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria, l’ipotesi dell’indicazione sul modello unico del 2007 di elementi attivi inferiori a quelli conseguiti per un ammontare di almeno 415 mila euro di introiti. Soldi che sarebbero stati consegnati “in nero” all’avvocato da tre clienti, a titolo di corrispettivo, per le sue prestazioni professionali.
Dall’altro, l’accusa della truffa. E cioè che, trattando pratiche di risarcimento danni per sinistri a favore di propri clienti, Agrizzi li abbia indotti ad aprire un conto corrente alla filiale di viale Ledra, al solo fine di incassare i compensi delle liquidazioni che arrivavano dalle compagnie assicurative. Secondo la ricostruzione accusatoria, per convincerli, avrebbe rappresentato inesistenti esigenze di riservatezza, tacendo il proprio rapporto di collaborazione con la filiale e per il quale riceveva un compenso di 2 mila 500 euro.
Nel tentativo di ribaltare la tesi della Procura, il professor Padovani ha ricordato non soltanto come nessuno dei tre clienti abbia denunciato Agrizzi, ma anche come dai suoi buoni consigli, costoro abbiano tratto i vantaggi cercati, sia a livello di profitti, sia in termini di riservatezza.
Da qui, la richiesta di assoluzione “perchè il fatto non sussiste”. Quanto alla dichiarazione infedele, il professore ha riconosciuto l’esistenza di passaggi di denaro “in nero”, ridimensionando però l’ammontare a complessivi 210 mila euro. Ossia a un totale che, in termini di imposta evasa, risulta ben al di sotto della soglia dei 103 mila euro necessaria a configurare un illecito penale. Da qui, la seconda richiesta di assoluzione “perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato”.
A Vidale, invece, il pm aveva contestato di avere risposto ai finanzieri che lo avevano interpellato sul caso che i soldi prelevati dai clienti di Agrizzi erano stati consegnati direttamente a loro, senza l’intervento dell’avvocato. Circostanza che sarebbe risultata essere non vera. E che l’avvocato Ponti ha invece a sua volta rovesciato, sostenendo la completa mancanza agli atti della presunta falsa dichiarazione resa alla Pg. Non sussistendo il reato, il legale ha dunque concluso per l’assoluzione “perchè il fatto non sussiste”. Sentenza rinviata al 24 maggio. (l.d.f.)
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