Viaggio nel Cie di Gradisca Le foto in esclusiva

GRADISCA. Dopo quattro anni i cancelli del Cie di Gradisca d'Isonzo si aprono nuovamente ai giornalisti. “Vogliamo libertà, questo non è un paese civile, aiutateci!”: è il grido con il quale gli immigrati trattenuti dentro alla struttura di identificazione ed esplusione accolgono la stampa e le troupe televisive. In ventiquattro condividono le camerate nella zona rossa. Vengono dalla Persia, dal Marocco, dal Senegal e dalla Libia. C'è chi ha pagato i contributi per quindici anni allo Stato e poi ha perso il lavoro perché la ditta è fallita, ritrovandosi nella condizione di non poter più rinnovare il permesso di soggiorno.
C'è un laureato in legge del Senegal che vorrebbe leggersi un libro per passare il tempo, ma i libri sono materiale infiammabile, non possono entrare nel Cie. C'è anche chi proviene dal circuito carcerario e sconta qui la fine della pena: “In galera, però, si sta meglio”.La vita scorre in venticinque metri quadrati di cemento circondati dalle sbarre e negli stanzoni.
Dalla prossima settimana, la zona blu è pronta a riaprire i battenti e ad accogliere i nuovi arrivi dagli altri centri d'Italia, che sono sovraccarichi. La sua capienza è di altri 236 posti. Per ogni trattenuto Connecting people riceve dallo Stato 42 euro al giorno. In realtà, però, il conteggio va a scaglioni. Anche se ora gli immigrati al Cie sono solo 24, la Cooperativa che ha in gestione il Cie e il Cara viene pagata come se nella struttura ci fossero 123 trattenuti. Stessa cifra a persona anche per gli ospiti del Cara, rifugiati e richiedenti asilo: attualmente sono 138. Fra questi, nove donne e otto bambini.
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