Mostro di Udine, su uno scialle forse tracce del suo Dna

UDINE. Uno scialle rimasto custodito per anni dentro la scatola di cartone, che i carabinieri avevano riempito degli effetti personali rinvenuti accanto al corpo di Marina Lepre, l’ultima vittima del “mostro” di Udine, trovata sgozzata, vicina al Torre, il 25 febbraio 1989. Una scatola consegnata ai familiari, perchè ritenuta piena di “cose inutili” e rimasta chiusa per anni.
Cioè, fino a quando la figlia non ha trovato il coraggio di aprirla. Dentro, c’erano quello scialle, un anello e un portachiavi. Lo stesso, trovato nella mano destra della madre assassinata. Ecco l’elemento nuovo che la puntata andata in onda ieri sera di “Chi l’ha visto?” ha svelato sul “giallo” del presunto serial killer delle 13 donne uccise tra il 1971 e il 1989. Ricostruito attraverso un docufiction lungo una quindicina di minuti e intervallato dagli interventi in studio della conduttrice, Federica Sciarelli, il caso è stato rievocato anche grazie alle testimonianze di alcuni degli inquirenti che lavorarono alle indagini: dall’ex capo della Procura, Giampaolo Tosel, al suo successore, Giancarlo Buonocore, al medico legale Carlo Moreschi.
Ricordato anche il ruolo decisivo giocato nella riapertura dell’inchiesta dal comandante del Nucleo investigativo dei Cc, Fabio Pasquariello. Ma è stata soprattutto la testimonianza della figlia a imprimere una nota nuova al “cold case”. Sua la decisione di portare lo scialle in tv e suo l’appello a riaprire le indagini. Per non lasciare senza nome l’assassino di sua madre, una maestra elementare «che dava il cuore a tutti - ha detto la giovane, che all’epoca aveva solo 9 anni - e che non era affatto una prostituta», come invece erano state “bollate” tutte le vittime.
«Non mia madre - ha ribadito –: lei era semplicemente una donna molto sola». Ampio spazio anche alla figura del medico di 60 anni, l’unico indagato, morto nel dicembre del 2006, proprio quando i carabinieri si erano rimessi sulle sue tracce. «La speranza - ha concluso la Sciarelli - è che su questo scialle possano esserci tracce in grado di riportare, grazie alle nuove tecniche investigative, al Dna dell’assassino».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








