Valcellina, la vera storia dei bracconieri

Quante storie, quanti articoli di giornale, quante leggende sui bracconieri della Valcellina. Nelle osterie, nel corso degli anni, i racconti si sono sprecati. Dove stesse il vero e dove, invece, il frutto del fondo di un bicchiere di rosso nessuno l’ha mai saputo. Fino al libro-verità di Italo Filippin, il geometra di Erto e Casso dalla duplice vita: bracconiere nella prima, guardiacaccia nella seconda. Dalla sua esperienza è uscita una pubblicazione gradevole e interessante, di cui per gentile concessione dell’editore di Biblioteca dell’Immagine Giovanni Santarossa, che sentitamente ringraziamo, siamo oggi in grado di offrirvi un’anteprima. A fianco, la prefazione di Mauro Corona, signore dei boschi e “fresco” premio Bancarella.
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La caccia al camoscio, per quanto possa andare indietro nel tempo e per quanto sentito dai vecchi cacciatori del paese, è sempre stata una faccenda da uomini. Uomini forti, rudi e avezzi a sacrifici notevoli. Le donne non dovevano intrigarsi in certe questioni. Ma come succede ovunque ci sono le eccezioni.
Anche da noi arrivavano notizie, portate in genere da ospiti facoltosi provenienti dalla pianura o dalle città del Veneto, che parlavano di certe signore, quasi sempre nobildonne o compagne di qualche notaio, avvocato o esponente dell’alta borghesia, che si dilettavano nell’arte venatoria. Magari anche cacciando a cavallo.
Si trattava però di caccia di pianura, alla lepre, alla volpe, oppure alla nobile selvaggina di piuma come la starna o la beccaccia. Il camoscio però è un altra cosa.
Da noi a Erto ricordano la “Thia”, che con abilità e intraprendenza seguiva il marito, esperto cacciatore, quando, assieme ad altri compagni, organizzava le battute al camoscio in qualche remota valle, stando fuori casa anche parecchi giorni, facendo base e pernottando in casere o grotte a loro conosciute.
Alla gente del paese dicevano che si portavano dietro la “Thia” perché cucinasse e tenesse in ordine il posto. In effetti in parte era vero perché la donna nella gerla aveva la farina e il formaggio necessari per i giorni della battuta, oltre al paiolo di rame per la polenta e un tegame per cucinare il cuore e il fegato dei selvatici abbattuti.
Una volta sul posto però partecipava attivamente alla cacciata. Anche lei aveva il suo fidato moschetto, che sapeva usare con abilità e maestria. Regolarmente faceva le sue prede, come e anche meglio dei compagni di battuta. Il compito principale però restava quello di far trovare la polenta con il tocio o il frico al rientro dei cacciatori.
In ogni caso al ritorno in paese e nei racconti in osteria gli uomini evitavano accuratamente di far sapere che la “Thia” sparava meglio di loro.
Esistono ancora nel Landre de la Rithea, riposti in un angolo asciutto il paiolo di rame con il mestolo e altri poveri utensili lasciati dalla “Thia” in una delle sue ultime cacciate.
Ho conosciuto anche un’altra signora, già anziana, che negli anni Settanta praticava la caccia, per la verità più al capriolo che al camoscio. Non posso fare il nome di questa donna, che, a modo suo, era una cacciatrice “di selezione”. Abitava da sola in una casera fuori mano. Governava un paio di mucche, sfalciava i prati circostanti, coltivava l’orto e... praticava appunto la caccia di selezione. Nel senso che alla sera, ogni tanto, finiti i lavori di casa, usciva attrezzata e armata di tutto punto, si appostava a ridosso di un vecchio faggio in vista del pendio opposto al vicino ruscello e attendeva che i caprioli uscissero al pascolo. Sceglieva con cura il capo da abbattere. Con coscienza evitava di sparare alle femmine e ai piccoli, ben sapendo che erano il capitale da cui ogni anno poteva prelevare buoni interessi.
I guardiacaccia udirono più volte gli spari provenienti dai dintorni della sua casa, ma non arrivarono mai a sorprenderla in flagranza. Anzi, la signora, quando scendeva in paese per fare la spesa, pubblicamente, alla presenza di tante persone, diceva che sparava alle volpi con la vecchia doppietta del suo povero padre. Quelle brutte bestiacce che molte sere venivano ad insidiare le sue povere galline. Doveva pure difendersi in qualche modo... La bolp, la volpe, era furba, accidenti a lei! E insisteva a provarci con il suo pollame.
Oggi le cose sono molto cambiate nella riserva di caccia di Erto. Selvaggina di pelo ce n’è in abbondanza. I camosci si trovano numerosi a qualche decina di minuti dalle case; i caprioli escono tranquilli nei prati a pascolare e i cervi in questi ultimi anni sono aumentati tantissimo. Di notte arrivano ad entrare negli orti, vicino alle case, e fanno strage di verdure e ortaggi. I fagioli sono i loro preferiti. I contadini sono disperati e molti ci supplicano di sparare e abbattere quelle bestiacce fameliche.
Per contro i cacciatori sono diminuiti di molto per tanti motivi. Siamo solo sedici soci nella riserva. Di questi alcuni sono vecchi, qualcuno ha problemi di salute, altri cacciano di rado per problemi di lavoro. Forse per questo il gentil sesso ha deciso di scendere in campo. Ben tre signore praticano la caccia con passione, impegno e abilità. Hanno sostenuto tutti gli esami prescritti e superato le impegnative prove. Abbiamo insomma le nostre brave “quote rosa”: Maria Rosa, Paola e Daniela.
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