Le violenze e il legno storto dell'umanità: la testimonianza di una donna
UDINE. Egregio direttore, le scrivo a proposito di stupri. Nel corso della mia lunga vita ho subito più volte quelle che pudicamente vengono definite “molestie sessuali”.
Da bambina tornando da scuola, da adolescente da un compagno di classe e da un parrucchiere, a vent’anni dall’istruttore di guida, paradossalmente poco tempo fa da un artigiano che girava per casa, rimanendone più sbalordita che scandalizzata, per i miei capelli bianchi e perché avrei potuto essergli madre se non nonna.
Mi sono sempre saputa difendere, a volte anche letteralmente con le unghie e con i denti. Eppure non ero ubriaca, non ero vestita in modo provocante, non avevo dato segnali di interesse, non ero certo una maggiorata. Non ne ho mai parlato con alcuno allora, perché in preda a sensi ingiustificati di colpa e di vergogna, sentendomi in qualche modo responsabile di quanto successo.
Ho dovuto lavorare a lungo per capire che la colpa non era mia, mi hanno aiutata l’avvento del femminismo e dei primi processi per stupro, durante i quali finalmente veniva riconosciuto la colpevolezza dell’imputato.
È questo il meccanismo per cui ancora adesso le vittime esitano a denunciare i violenti, i molestatori, gli stupratori, ancora adesso parti della magistratura tendono a colpevolizzare le donne vittime, autorevoli rappresentanti della società civile e politica si richiamano al lupo sempre in agguato se sei ubriaca o drogata, l’uomo si sa è cacciatore.
Le statistiche ci dicono che a livello mondiale almeno il cinquanta per cento delle donne, nel corso della loro vita, subiscono violenze di qualche genere, fisiche o anche solo psicologiche, che non sono meno dolorose. Le donne lo sanno e se non ne parlano molto è anche perché, sotto sotto, sanno che non ci sono rimedi o soluzioni possibili a breve termine.
Sono sposata con un uomo perbene, gentile e pacifico, che si dichiara “femminista”, che mai mancherebbe di rispetto a una donna, eppure anche lui, quando ne parliamo, si appella all’invincibile istinto del maschio, che risale all’albore dei tempi e non serve ricordargli che anche uccidere o rubare forse sono istinti, ciò non toglie che sia reati puniti dalla legge.
Forse non c’è scampo al “legno storto dell’umanità” (Isaiah Berlin - Adelphi 1959).
Lettera firmata, Udine
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Cara lettrice,
quando nei giorni scorsi la sua lettera è arrivata in redazione, alcuni colleghi me l’hanno segnalata per questa rubrica. Come fosse facile dialogare con lei su questo. L’ho letta e riletta e, ogni volta, ho avuto la sensazione di una pugnalata che squarcia un mondo quotidiano ridondante di luoghi comuni e di pensieri delicati: una tenda di pesante velluto scuro che ripara da ciò che non vogliamo vedere. Lei è incappata in una serie di incontri che l’hanno segnata. Purtroppo. E come lei moltissime altre donne.
La sua lettera garbata sottolinea l’amarezza, la delusione, e anche lo sconforto perché «sotto sotto le donne sanno che non ci sono rimedi o soluzioni possibili a breve termine».
La sensibilità verso questi temi è cresciuta, sono stati fatti percorsi importanti sia dal punto di vista legislativo sia sociale. E per questo non c’è rassegnazione, ma soltanto un auspicato e dovuto cambiamento della cultura, degli usi e dei costumi.
Qualche giorno fa un uomo, in Veneto, comandante della polizia municipale, ha segnalato di aver subito molestie e di aver capito quale sia il trauma psicologico che ne deriva.
Credo e spero lei abbia trovato scampo al “legno storto” rifugiandosi nell’uomo perbene, gentile e pacifico che guarda negli occhi tutti i giorni.
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