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Quando torno al mio paese: le storie di chi ha scelto di investire nel Friuli Venezia Giulia

Daniela Larocca

Tra chi torna dall'estero, chi fa impresa e chi resiste: l'inchiesta sulle scelte "controcorrente" degli under 35 nella nostra regione. Le testimonianze dei giovani che fanno impresa e credono nel territorio

C'è una gerarchia non scritta, ma che conosciamo tutti benissimo, tra chi parte e chi resta. A chi parte, guardiamo quasi sempre con ammirazione: l'amico che ce l'ha fatta a Londra, la collega che manda foto da un ufficio a Berlino, il compagno di università che ora lavora a Milano e torna a Natale con l'accento un po' cambiato e paroloni in inglese.

Sembra sempre la scelta più coraggiosa, la più giusta, quella di chi ha avuto il coraggio (o la possibilità) di alzarsi e andare a cercare altrove quello che qui, ci hanno insegnato, non è scontato trovare. E chi resta, allora? Vale meno? Ce lo siamo sentiti ripetere così tante volte, in così tanti modi, da averlo trasformato quasi in un automatismo: «Vai, se vuoi davvero farcela».

Eppure, per quanto qualcuno ami definire il nostro «il miglior Paese del mondo», di certo non siamo quello che costruisce sempre e ovunque la possibilità, per ogni ragazzo che si affaccia alla vita adulta, di lavorare dove è nato. È una cosa che sappiamo tutti, e che raramente ci fermiamo a mettere in discussione: e se, invece, restare non fosse un ripiego, ma una scelta tanto coraggiosa quanto quella di partire?

C'è un bivio, in cui questa certezza vacilla. È l'ultima curva prima di un treno o di un aeroporto: il momento in cui, di fronte all'ennesima valigia fatta, qualcuno decide di svoltare nella direzione opposta. Non verso la partenza, ma verso casa. Per anni, in Friuli Venezia Giulia, quella controsterzata l'hanno fatta in pochi, perché la maggior parte, da quel bivio, ha continuato dritta verso l'autostrada, verso un aeroporto, verso una vita altrove. Ma da qualche tempo, in mezzo al traffico di chi parte, si è fatta più fitta anche la fila di chi rientra. O di chi, semplicemente, non se n'è mai voluto andare.

Le storie di chi resta

Le loro storie "controcorrente” sono arrivate nella nostra casella di posta una dopo l'altra, in risposta al form che avevamo lanciato sul Messaggero Veneto e su Il Piccolo. Volti diversi, età diverse, mestieri diversi, ma un minimo comune denominatore che le tiene insieme: quello di una generazione che sta ridisegnando il proprio rapporto con la terra in cui è nata.

C'è Marco, 33 anni, fisioterapista goriziano, che dopo la laurea a Trieste e un master a Genova ha scelto di tornare nella sua città per fondarci, insieme a tre colleghi tutti under 35, una struttura sanitaria vera e propria, la dimostrazione, dice, che anche a Gorizia i giovani professionisti possono fare impresa ad alto livello.

Poco distante, a Trieste, Lucrezia racconta una storia simile per direzione opposta: ingegnere, il tirocinio di tesi l'ha portata nei sobborghi di Vienna, ma è stato proprio lì, lontano, che ha capito quanto desiderasse rientrare. Oggi è responsabile delle risorse umane di un'azienda di software a Trieste, e sono le sue mani ad aprire le porte ai giovani laureati che, come lei allora, sognano di restare. Stessa città e stessa età per Silvia che invece ha inseguito la sua strada fino a Venezia e Milano, fino a un'agenzia pubblicitaria premiata a Cannes: poi ha fatto retromarcia, ed è tornata a fare la direttrice creativa freelance. «Che poi che significa fare la freelance?». È quello che cerca di spiegare a suo nonno. 

Tornando in Friuli c’è Enrico Fabbro, 26 anni, nel 2018, appena diplomato, ha rilevato l'azienda agricola del nonno tra Silvella di Fagagna e Bueriis di Magnano in Riviera: oggi coltiva ortaggi, cereali e noccioleti in biologico, convinto che questa terra abbia ancora molto da offrire a chi la coltiva con passione. Proprio con la sua storia abbiamo inaugurato la nostra rubrica, potete leggerla qui. 

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Enrico Fabbro nella sua azienda agricola

Restare vuol dire scegliere

Ad Udine poi, vive Alice Vidussi, 41 anni, maestra. Beh lei li ha visti partire tutti: sorelle, cugini, amici. E per anni li ha aspettati tornare, prima di scegliere lei stessa la propria vita: famiglia, due lavori fissi, tre figli, e nessun rimpianto.

Sono tutte scelte consapevoli, di compromessi, anche di rinunce. Nel raccontarci la sua storia, invece, Eros Lendaro, 27 anni, libero professionista, ammette senza giri di parole che sì all'estero la sua carriera sarebbe cresciuta più in fretta, ma che non avrebbe rinunciato all'affetto delle persone che contano.
Alla fine, come dice Davide, 34 anni, dipendente a Udine: andarsene non è mai stata un'opzione, la sua terra è casa e restare è qui è un dovere.

A Trieste, Daniel Baissero, 33 anni, lavora nella pubblica amministrazione e crede nelle enormi potenzialità della regione al punto da farne una missione quotidiana, fatta di ascolto e piccoli progetti utili alla comunità.

C’è chi paga il prezzo più alto

Fin qui tutte storie gratificanti. Ma non possiamo nascondere che dietro chi resta c’è anche chi paga lo scotto più alto della decisione. Tra le storie che abbiamo raccolto c’è quella di una biologa di 32 anni, in provincia di Pordenone, che ci ha chiesto di restare anonima. Lei, che chiameremo Martina, ripete una narrazione che spesso abbiamo sentito da amici, parenti, conoscenti: tutto fatto per bene, prima l’Erasmus, poi un tirocinio in Norvegia, poi ancora un rientro segnato da una partita Iva senza ferie né malattia, fino a un concorso pubblico vinto ma con sede di lavoro a più di sessanta chilometri da casa.

E chi va via?

Non tutte le strade, va detto, vanno nella stessa direzione. Francesco, 47 anni, racconta da Nova Gorica la scelta opposta: se n'è andato dall'Italia più di dieci anni fa per il peso eccessivo del fisco, e oggi, pur notando che la burocrazia slovena si sta complicando a sua volta, non è pentito di aver messo la frontiera di mezzo. E Federico Della Rossa, 28 anni, dottorando in Scienze dell'Antichità nato a Udine, pur essendo virtualmente rientrato in regione per il dottorato, ci ha riportato l'amarezza di un sistema universitario che, da solo, non riesce ancora a trattenere davvero chi vorrebbe restarci. 

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I numeri Istat

Sono frammenti, certo. Non fanno statistica, e i numeri dell'Istat, con i loro 5.500 giovani che ogni anno lasciano il Friuli Venezia Giulia, restano lì a ricordarci che la tendenza dominante è ancora un'altra. Ma dentro queste undici storie c'è qualcosa che i numeri da soli non raccontano: la fatica di chi sceglie di restare, le porte che qualcuno prova a tenere aperte per chi verrà dopo, e un attaccamento alla propria terra che a volte assomiglia più a una scommessa che a una rassegnazione.

Le loro storie, una alla volta, le racconteremo nelle prossime settimane. E se anche voi avete scelto di restare, o di tornare, il form è ancora aperto: la vostra pagina in questo racconto collettivo ha ancora un posto libero.

 

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