Una Lolita in stile Maurensig i tedeschi scoprono Venere lesa
Lo scrittore friulano è tra gli autori dell’estate d’oltralpe con “Sommerspiel” La copertina ammicca all’eroina di Nabokov. L’attesa per una ristampa in italiano
La copertina ammicca maliziosamente all’opera del suo autore preferito e chissà se l’editore tedesco Hoffmann und Campe immagina che cosí ha offerto a Paolo Maurensig l’occasione di chiudere il cerchio delle citazioni e dei rimandi letterari rendendo indirettamente omaggio al Nabokov di “Lolita”.
Perché “Venere lesa”, nell’edizione d’oltralpe che costituisce una novità dell’estate letteraria e in Italia è in odore di ristampa, nella traduzione titolata “Sommerspiel”, è un romanzo sull’amore. Lo scrittore friulano lo pubblicò nel 1998 per Mondadori; con successo, anche se non pari ai best seller che lo precedettero, “La Variante di Luneburg” e “Canone inverso”. Eppure questo romanzo fortemente ispirato dal piccolo universo friulano, svela il suo tratto più significativo.
È un piccolo concerto da camera punteggiato dalle note di una trama psicologica. I personaggi formano un quintetto d’archi raccolto nell’incanto psicologico di un giardino circoscritto nello spazio del desiderio piú vivido, ardente. La musica fluisce e s’intensifica come un’emozione che scuote, sovverte. Ma già l’onda si ricompone e distende in una lunga eco che si assottiglia nel ricordo. Cosí si varca il cancello dell’universo letterario di Paolo Maurensig.
Un salotto dei sentimenti al quale non ci si può sottrarre – spiegò allora l’autore – «perché uno scrittore ha sempre, in pectore, una storia d’amore». Amore, cioè la misura dell’umano instaurare rapporti con il mondo, il setaccio dei fallimenti e dell’estasi; in fondo, il semplice perpetuarsi di regole, uniche sopravvissute alle emozioni. Perché amare «è come obbedire a una legge della termodinamica: tutto ritorna all’equilibrio, alla quiescenza, all’immobilità».
Con quest’opera Maurensig scoccava la freccia dell’Eros. «Venere lesa è un termine astrologico. Nel cielo astrale denota le difficoltà dell’individuo a mantenere vivo un rapporto, ad alimentare illusioni che sono destinate a svanire».
Il romanzo è a sfondo psicologico, c’è l’introspezione, lo scavo, la vivisezione dei sentimenti, dei desideri e delle paure. E c’è l’effrazione improvvisa dell’amore, «la sensazione di non potere sfuggire al proprio destino».
Un cambio radicale di temi e di stile, gli chiedemmo allora? «Uno scrittore mantiene la sua cifra. In fondo, questo libro è sempre legato al fascino della musica. Assomiglia a un piccolo concerto da camera, a un quintetto». E ciascuno legge nello spartito della propria anima? «I protagonisti si autopresentano a uno a uno, entrano in scena come in una pièce teatrale sulla quale cala il sipario del tempo».
L’ambientazione poi, è tutta friulana. «In un certo senso. Anche se non c’è una reale connotazione geografica. L’indizio è quell’aria di provincia, di solitudine: un luogo psicologico, non topografico, espresso da quel bisogno di aggregarsi, dal cattivo rapporto con il prossimo, con l’estraneo, che è tipicamente provinciale, ma è presente anche nelle grandi città».
Un romanzo sull’amore carnale? «Sull’essenza del desiderio». Un romanzo sulla moralità dell’amore? «No, perché i cinque personaggi del romanzo sono amorali».
Piú che le gioie, il quintetto vive la consunzione dei sentimenti. «C’è chi interpreta l’amore come liberazione dalla solitudine, chi come una perenne avventura. Chi lo incontra davvero e chi ci gioca credendo di esserne un demiurgo. Ma ne è vittima».
Un personaggio, in particolare, crede proprio di dominare tutto - anche la gelosia - razionalizzando il rapporto amoroso, regolamentando il tradimento. Impotenza del sentimento? «Si crede un demiurgo. Ritiene di poter manipolare ogni cosa e pagherà lo scotto. Incarna l’esasperazione umana alla razionalità: il contrario dell’amore che, per definizione, è non dominabile».
Una delle due protagoniste conosce l’amore come transfert delle sue aspirazioni, dei sogni, dei desideri, nel giovane amante. Però, poi, fa un passo indietro, s’arrende, rientra nella regola, nella normalità... «Esattamente come quando, in un romanzo del passato, un’eroina, scoperto il grande amore, sceglieva di entrare in convento, di tornare alla regola. Conosciuto l’amore, vi si immolava per il resto della vita, coltivandolo come un sogno, quasi come una religione».
Forse perché l’amore, come nel romanzo, non sopravvive a se stesso? «Resta sempre una traccia nell’amicizia, una parvenza. Ciò che si perpetua, in realtà, è soltanto il silenzio di un ricordo. Non a caso il romanzo ha il ritmo di un concerto da camera: il quintetto, preda delle emozioni amorose, alla fine cessa di suonare, torna al silenzio».
“Venere lesa” offre l’impressione che l’amore, per i protagonisti, sia un detonatore di angosce. Il sentimento è più vivo nell’instabilità che nell’armonia? «L’amore, inteso come Eros, è un bambino capriccioso che crea scompiglio nell’uomo proteso all’uniformità, alla quiete. Ed è chiaro che porta anche angoscia, specie se c’è la paura della frustrazione amorosa».
I personaggi oscillano tra fallimento e dominio delle emozioni. «Il fatto che paiano padroni e poi succubi è parte della natura delle passioni del mondo interiore dell’uomo. Crediamo di decidere, in realtà siamo decisi da forze oscure, comunque sovrastanti».
Le forze della natura? «L’amore è forza vitale dominata da attrazione e repulsione. Dev’essere così, altrimenti si precipita nel nulla. C’è ancora l’esistenza, forse la calma, la pace. Un personaggio del romanzo, citando Savinio, osserva che in fondo, nell’amore, c’è chi veglia e chi dorme. Ma ciascuno deve restare nel suo ruolo. Guai se chi deve vegliare cede al sonno o, inavvertitamente, sveglia il dormiente».
Insomma, a distanza di tanti anni, non c’è pace per i protagonisti di “Venere lesa”, sovrastati dal sentimento. «È una forza cui tutti sottostiamo. Non possiamo scegliere: subiamo. In inglese si dice: “to fall in love”, cadere nell’amore. Forse è proprio questa la sola espressione plausibile».
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